LUIGI TORSELLO

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Luigi TORSELLO è nato in Alessano (LE) nel 1959.

Vive e opera nel bellissimo borgo di Specchia (LE).

Pittura, Scultura, Grafica, Ceramica, Poesia & Narrativa.

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Cell.: 3335262691
 

E-mail: luigitorsello@alice.it

 

 

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SAGGISTICA

DISTANZA DI FUGA

Fenomeno e comportamento fisico, sociale, filosofico, psicoanalitico e antropologico

 

    Con la prefazione della scrittrice e psicologa Lucia Mouliou

    e la postfazione del laureando in sociologia, crimine e devianza Matteo Greco.

 

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ANNO: 2026      GENERE: Saggistica      PREFAZIONE: LUCIA MOULIOU

                                                               POSTFAZIONE: Matteo Greco

La mia video presentazione.

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LUCIA MOULIOU,  scrittrice e psicologa,

SCRIVE LA PREFAZIONE DEL SAGGIO

DISTANZA DI FUGA

 

 

 

 

 

 

TESTO DELLA PREFAZIONE

 

La distanza di fuga è un’espressione che suggerisce immediatamente un movimento, uno scarto, un allontanamento necessario. Non indica soltanto lo spazio che separa un punto da un altro, ma il gesto con cui l’essere umano cerca di sottrarsi a ciò che lo opprime, lo confonde o lo espone a un’eccessiva vicinanza. In questo senso, la distanza di fuga non è una debolezza né un semplice istinto di evitamento: è una risposta complessa a una tensione fondamentale dell’esistenza, quella tra il bisogno di restare e quello di andare via.

Questo saggio nasce dall’idea che la fuga non sia un fenomeno marginale o patologico, ma una dimensione strutturale dell’esperienza umana. Fuggire può significare salvarsi, preservarsi, ritrovare uno spazio di pensiero e di respiro. Allo stesso tempo, può trasformarsi in un meccanismo di difesa rigido, in una rinuncia al confronto con il reale. La distanza di fuga si colloca quindi in una zona ambigua, dove protezione e perdita, libertà e sottrazione, possibilità e limite si intrecciano continuamente.

Affrontare questo tema significa interrogare l’uomo nel suo rapporto con sé stesso, con gli altri e con il mondo. Per questo motivo, la riflessione si muove tra prospettive diverse: filosofica, per comprendere il valore del distacco e del limite; psicologica, per esplorare i meccanismi interiori che spingono all’allontanamento; antropologica, per riconoscere nella fuga una costante storica e culturale. L’obiettivo non è giudicare la fuga, ma comprenderne il senso, osservando come, nella distanza che essa crea, si giochi spesso la possibilità stessa di restare umani. In questa prospettiva, la distanza di fuga diventa uno strumento interpretativo per leggere molte dinamiche della vita individuale e collettiva. Essa non si manifesta solo nei momenti di crisi evidente, ma anche nelle scelte quotidiane, nei silenzi, nelle esitazioni, nei cambi di direzione apparentemente minimi. Ogni volta che un individuo prende le distanze da una situazione, da un ruolo o da un’immagine di sé, sta ridefinendo il proprio rapporto con il limite. La fuga, infatti, non elimina il limite, ma lo rende visibile: mostra fin dove si può restare senza spezzarsi e da dove, invece, è necessario arretrare.

 

Dal punto di vista interiore, l’allontanamento nasce spesso da una tensione tra ciò che si è e ciò che si è chiamati a essere. Quando questa tensione diventa insostenibile, la distanza di fuga apre uno spazio di sospensione in cui l’identità può essere riorganizzata. Non si tratta necessariamente di un rifiuto consapevole; talvolta è un movimento silenzioso, quasi impercettibile, che si manifesta come stanchezza, disaffezione, bisogno di solitudine. In questi casi, la fuga non è orientata verso un altrove definito, ma verso una riduzione della pressione esercitata dal contesto.

Sul piano collettivo, la distanza di fuga assume una valenza simbolica più ampia. Le società producono costantemente spazi di prossimità forzata: norme, aspettative, modelli di successo e di fallimento.

 Fuggire da questi spazi può significare mettere in discussione ciò che viene dato per scontato.

 L’allontanamento diventa allora un atto che, pur nascendo da un’esigenza personale, rivela fratture più profonde nell’ordine sociale. La fuga non è soltanto un gesto individuale, ma un sintomo, un segnale che indica una tensione irrisolta tra l’individuo e la struttura che lo contiene.

In questo senso, la distanza di fuga non va intesa come una linea retta che conduce fuori, ma come un movimento circolare o obliquo. Chi fugge raramente si libera completamente da ciò che lascia: il distacco porta con sé tracce, memorie, legami che continuano ad agire. La distanza crea una nuova posizione da cui guardare ciò che prima era troppo vicino per essere visto. È in questa nuova posizione che può emergere una comprensione diversa, meno immediata ma più profonda, del proprio vissuto e del mondo circostante.

La riflessione sulla distanza di fuga invita dunque a superare interpretazioni semplicistiche. Non si tratta di stabilire se fuggire sia giusto o sbagliato, ma di interrogarsi sulle condizioni che rendono la fuga necessaria e sugli effetti che essa produce. In alcuni casi, l’allontanamento apre possibilità inedite di trasformazione; in altri, può cristallizzare la paura e impedire ogni ritorno. La differenza non risiede tanto nel gesto in sé, quanto nella relazione che l’individuo mantiene con ciò da cui prende le distanze.

Considerare la distanza di fuga come una dimensione strutturale dell’esperienza umana significa riconoscere che vivere implica continua-mente modulare la vicinanza e la lontananza. Nessuna relazione, nessuna identità, nessuna appartenenza può essere sostenuta senza momenti di scarto.

La fuga, intesa in questo modo, non è l’opposto della responsabilità, ma una delle forme attraverso cui essa si ridefinisce. È nello spazio aperto dalla distanza che l’essere umano tenta, ancora una volta, di ritrovare un equilibrio possibile tra esposizione e protezione, coinvolgimento e ritiro.

La distanza di fuga può essere letta anche come una forma di conoscenza indiretta. Allontanandosi, l’individuo modifica il proprio punto di vista e rende visibili aspetti della realtà che, nella prossimità, restavano opachi. Ciò che è troppo vicino tende a confondersi con il soggetto stesso; la distanza, invece, introduce una differenza che permette il riconoscimento. In questo senso, la fuga non è soltanto un movimento spaziale o emotivo, ma un’operazione cognitiva che ridefinisce i confini tra il sé e il mondo.

Questa operazione comporta inevitabilmente una perdita. Ogni allontanamento implica l’abbandono di una continuità, di una sicurezza, talvolta di un’appartenenza. Tuttavia, è proprio attraverso questa perdita che può emergere una nuova configurazione del senso. La distanza di fuga crea una frattura nel tempo dell’esperienza: interrompe la linearità, introduce una discontinuità che costringe a riconsiderare ciò che sembrava stabile. L’essere umano, privato di certezze immediate, è chiamato a ricostruire significati, a rinegoziare il proprio posto.

Sul piano psicodinamico, la distanza non agisce solo come difesa, ma come spazio di simbolizzazione.

Allontanarsi da un’esperienza troppo carica emotivamente permette di trasformarla in racconto, in memoria, in pensiero. Senza una certa distanza, l’esperienza resta muta, priva di forma. La fuga, in questo caso, non cancella il vissuto, ma lo rende narrabile. È nel differimento, nel rinvio, che l’evento può essere elaborato e integrato nella storia personale.

A livello culturale, la distanza di fuga si manifesta anche nelle pratiche rituali e nelle forme simboliche che regolano il passaggio da una condizione a un’altra.

Riti di separazione, periodi di isolamento, viaggi iniziatici sono dispositivi attraverso cui le comunità riconoscono la necessità di uno scarto.

 L’allontanamento non è vissuto come una rottura definitiva, ma come una fase intermedia che prepara a un ritorno trasformato. In questi contesti, la fuga è istituzionalizzata, sottratta all’arbitrio individuale, e assume una funzione ordinatrice.

Nelle società moderne, dove molti di questi dispositivi simbolici si sono indeboliti, la distanza di fuga tende a diventare più solitaria e meno riconosciuta.

L’individuo è spesso lasciato solo di fronte al proprio bisogno di allontanamento, senza strumenti condivisi per dargli forma e significato.

Questo può generare una fuga senza orientamento, priva di un prima e di un dopo, che rischia di dissolversi in una sospensione indefinita. La mancanza di cornici simboliche rende più difficile distinguere tra una distanza che protegge e una che isola.

Riflettere sulla distanza di fuga significa quindi interrogare anche le condizioni sociali che permettono o ostacolano un uso generativo dell’allontanamento. Non tutte le fughe sono uguali, perché non tutti i contesti offrono le stesse possibilità di ritorno, di rielaborazione, di riconoscimento.

La distanza può diventare uno spazio di trasformazione solo se esiste, almeno in potenza, un luogo in cui ciò che si è compreso possa essere reintegrato. Essa rivela una verità paradossale dell’esperienza umana: per restare in relazione con il mondo, è talvolta necessario allontanarsene. Questo movimento non garantisce salvezza né autenticità, ma apre una possibilità. È in questa possibilità, fragile e mai definitiva, che si gioca la capacità dell’essere umano di non restare prigioniero dell’immediatezza e di continuare a interrogare il senso del proprio stare al mondo. Questo scarto, quando viene vissuto in modo consapevole, modifica profondamente il rapporto con il tempo. L’allontanamento sospende l’urgenza del presente e introduce una durata diversa, più lenta, in cui l’esperienza può depositarsi. Non si tratta di un semplice arresto, ma di una riorganizzazione del ritmo esistenziale. In questa nuova temporalità, ciò che prima appariva inevitabile o definitivo perde parte della sua forza coercitiva e diventa oggetto di valutazione. Il soggetto non è più completamente preso dall’evento, ma ne diventa osservatore parziale, capa-ce di coglierne le implicazioni più ampie.

Questo movimento ha effetti anche sulla costruzione del senso di sé. Prendere le distanze da una situazione o da un contesto significa interrompere una continuità identitaria e aprire una zona di indeterminatezza. In tale zona, l’identità non è più data, ma diventa una questione. L’allontanamento mette in crisi le definizioni abituali, costringendo l’individuo a confrontarsi con ciò che resta quando i riferimenti consueti vengono meno. Questa esperienza può essere destabilizzante, ma proprio per questo generativa: nel vuoto temporaneo che si crea, emergono possibilità prima inaccessibili.

Sul piano delle relazioni, lo scarto introduce una ride-finizione delle distanze affettive. Separarsi, anche solo simbolicamente, consente di rinegoziare i legami, di sottrarli alla pura reattività. La prossimità continua, infatti, tende a saturare lo spazio relazionale, rendendo difficile distinguere tra ciò che appartiene a sé e ciò che appartiene all’altro. L’allontanamento ristabilisce confini, per-mette una nuova forma di contatto, meno fusionale e più riflessiva. In questo senso, la separazione non è necessariamente una perdita del legame, ma una sua trasformazione.

A livello collettivo, questo stesso principio si manifesta nei momenti di rottura storica e culturale. Periodi di crisi, di discontinuità o di ritiro forzato producono un allontanamento dalle narrazioni dominanti, aprendo uno spazio critico. È in questi momenti che le società sono costrette a interrogarsi sui propri fondamenti, a rivedere valori, priorità e modelli di convivenza. Lo scarto non garantisce di per sé un esito positivo, ma crea le condizioni per una riflessione che, in tempi di stabilità, tende a essere rimandata o evitata.

Questo processo mostra come l’allontanamento non sia mai neutro. Esso implica una presa di posizione, anche quando non è formulata in modo esplicito. Decidere di sottrarsi, di rallentare, di creare uno spazio di separazione significa affermare un limite e riconoscere una soglia oltre la quale la continuità non è più sostenibile. In tal senso, lo scarto è un atto che riguarda la responsabilità verso sé stessi, prima ancora che verso gli altri. Non è una fuga cieca, ma un tentativo di preservare una forma di integrità.

Infine, questo movimento mette in luce una dimensione fondamentale dell’umano: l’impossibilità di abitare senza interruzioni la stessa posi-zione. Vivere significa esporsi, ma anche ritirarsi; partecipare, ma anche sospendere.

L’allontanamento diventa così una pratica implicita di regolazione dell’esistenza, un modo per evitare sia l’assorbimento totale sia l’isolamento definitivo. In questa oscillazione continua tra vicinanza e distanza si delinea una forma di equilibrio mai stabile, ma continuamente ricercata, che costituisce uno dei tratti più profondi dell’esperienza umana.

 

Lucia Mouliou

MATTEO GRECO, laureando  in sociologia, crimine e devianza,

SCRIVE LA POSTFAZIONE DEL SAGGIO

DISTANZA DI FUGA

 

 

 

 

 

 

TESTO DELLA POSTFAZIONE

 

La distanza come condizione dell’umano.

 “Distanza di Fuga” non è soltanto un saggio sulla prossimità e sull’allontanamento: è, più radicalmente, una teoria dell’umano costruita a partire da ciò che lo separa. Nel corso dell’opera, Luigi Torsello compie un movimento progressivo e coerente: prende un concetto apparentemente tecnico, nato nell’etologia, e lo trasforma in una categoria interpretativa capace di attraversare corpo, psiche, cultura politica e quotidianità. Il risultato è un dispositivo concettuale denso, che non si limita a descrivere la distanza, ma la rende leggibile come struttura fondamentale dell’esperienza.

 Uno degli aspetti più rilevanti del testo è la sua capacità di tenere insieme i livelli diversi senza mai ridurli l’uno dall’altro. La distanza di fuga non viene mai spiegata in modo univoco: resta un fenomeno stratificato, che conserva al proprio interno la memoria delle sue origini biologiche, pur aprendosi a dimensioni simboliche e relazionali sempre più complesse. Questo movimento genealogico non è

solo espositivo, ma epistemologico: mostra ciò che appare immediato - lo spazio tra i corpi - è in realtà il risultato di una lunga sedimentazione di significati.

Il corpo emerge come primo luogo della distanza. Non come semplice limite fisico, ma come soglia sensibile, capace di percepire prima ancora di comprendere.

La distanza è qui esperienza incarnata, una forma di coscienza pre-riflessiva che precede il linguaggio. In questa prospettiva, il testo offre un contributo significativo: sottrae la distanza a una visione puramente geometrica e la restituisce alla sua natura vissuta, vulnerabile, dinamica.

Ma è nel passaggio alla dimensione psichica che il concetto acquista la sua ambivalenza più profonda. La distanza diventa il luogo in cui si intrecciano desiderio e paura, attrazione e difesa. Non esiste una posizione stabile: ogni avvicinamento porta con sé il rischio dell’esposizione, ogni allontanamento il pericolo dell’isolamento. La distanza di fuga appare allora come una regolazione continua, una forma di equilibrio instabile che il soggetto è costretto a negoziare incessantemente.

Particolarmente incisiva è l’idea che la distanza non

sia l’opposto della relazione, ma la sua condizione. Questo rovesciamento teorico attraversa tutto il saggio e ne costituisce il nucleo più originale. L’incontro autentico non nasce dall’abolizione dello spazio, ma dalla sua modulazione: solo ciò che resta distinto può entrare in relazione senza annullarsi. In questo senso, la distanza diventa una forma di etica implicita, una pratica di rispetto e di riconoscimento dell’alterità.

Il testo acquista ulteriore profondità quando si sposta sul piano sociale e culturale. Qui la distanza si rivela come dispositivo di potere, codice invisibile che regola accessi, gerarchie, inclusioni ed esclusioni. Le mappe della prossimità non sono mai neutrali: riflettono strutture storiche, modelli normativi, forme di controllo. L’autore mostra con chiarezza come la gestione della distanza sia sempre anche una questione politica, che riguarda la definizione di “noi” e del “loro”.

Di particolare attualità è la riflessione sulla dimensione digitale. In un contesto in cui la distanza fisica sembra annullarsi, emergono nuove forme di prossimità ambigua, spesso prive di regolazione simbolica. Il saggio coglie con lucidità questa trasformazione: la scomparsa dello spazio corporeo non elimina distanza, ma la riconfigura, rendendola più incerta, più instabile e talvolta più invasiva.

Il percorso si chiude con una proposta etica che non ha nulla di prescrittivo, ma si configura come orientamento: la ricerca di una “giusta distanza”. Non una misura fissa, ma una sensibilità. Non una regola universale, ma una pratica situata. Questa idea restituisce alla distanza il suo carattere generativo: non da barriera, ma come condizione di libertà reciproca.

Ciò che rende il saggio particolarmente efficace è anche la sua scrittura. Il registro oscilla consapevolmente tra analisi e suggestione, tra rigore concettuale e immagini evocative. Questa scelta non è ornamentale: rispecchia il contenuto stesso del testo. La distanza, infatti, non può essere colta soltanto attraverso definizioni; richiede un linguaggio capace di restituirne la dimensione esperienziale, il suo carattere quasi impercettibile.

In conclusione, “Distanza di fuga” offre al lettore uno strumento interpretativo potente e flessibile. Non propone soluzioni definitive, ma apre uno spazio di riflessione. Invita a interrogarsi su come abitiamo le relazioni, su quali distanze costruiamo, su quali siamo costretti a subire e su quali scegliamo.

Forse il contributo del testo sta proprio qui: nel mostrare che vivere non significa eliminare la distanza, ma imparare a sostenerla. Restare abbastanza vicini da incontrarsi, e abbastanza lontani da non annullarsi.

È in questa tensione, mai risolta una volta per tutte, che si gioca la possibilità stessa dell’umano.

 

Matteo Greco